Antonio Di Noia, il mostro sacro della podistica lucana

10404500_653877011396558_222993936220566978_nAntonio Di Noia: il mostro sacro della podistica lucana si è classificato secondo nella categoria “over 60” all’ultima maratona di Roma

“Amo l’atletica perché è poesia. Se la notte sogno, sogno di essere maratoneta” esordiva Eugenio Montale. Negli anni 60, a Rapolla, un paesino della Lucania, vi erano ben poche possibilità di svago per i bambini che per potersi divertire dovevano attivare l’ingegno e la fantasia per inventare giochi sempre nuovi. Lungo le sponde della fiumara, si vedevano i bambini dilettarsi nel creare sculture dall’argilla che si depositava vicino la riva.Altri nei rioni giocavano a freccette, fatte con un chiodo e una piuma, vicino i portoni per poi essere rimproverati e rincorsi dai padroni delle case.

Sotto il sole cocente tipico delle giornate estive meridionali, sui ciottoli neri scomposti di pietre laviche e roventi, fra le urla e gli incitamenti dei compagni, vi era lui, un bimbo esile e minuto che in poco tempo sarebbe diventato un grande dello sport. Antonio, questo è il suo nome, mostrò subito la stoffa del campione. Era sempre il primo a partecipare alle gare di corsa organizzate nella piazza del centro storico di Rapolla. Le regole erano semplici: vince chi corre di più e fa più giri! E come premio? Due caramelle. E di quelle caramelle Antonio ne ha fatto una scorta, perché era sempre lui a rimanere per più tempo in gara e a vincere. Non immaginava neanche minimamente che da lì la sua vita sarebbe cambiata e che quella sua capacità di resistenza lo avrebbe portato in giro per l’Italia con i migliori al mondo.

La carriera sportiva di Antonio Di Noia è più lunga dei chilometri di un maratona;            50 bellissimi anni di gare, lui, podista dalle doti eccelse, gode di un palmares impressionante tra cui spiccano: campione di cross 4 km, vice campione italiano sui 5.000 e 10.000 km, e 5° posto di categoria ai mondiali di Riccione. Antonio Di Noia, orgoglio lucano, ha portato alto il nome della sua regione anche nell’ultima maratona di Roma dove, con il tempo di 3:06:12, ha conquistato il 2° posto della categoria over 60

Quando è iniziata la sua carriera?

Da bambino ero famoso tra i miei compagni per essere il più bravo nella corsa di resistenza ed ebbi la prima occasione per dimostrare la mia dote in una gara organizzata a Rapolla dove arrivai primo. A 13 anni ottenni il secondo tempo ai campionati studenteschi regionali. Da quel momento per 50 anni ho iniziato ad allenarmi tutti i giorni, ma come dico sempre “quando una persona nasce, bisogna vedere dove nasce”, infatti nonostante le mie capacità non ci fu mai nessuno che mi aiutò a crescere come atleta. Ebbi una nuova possibilità nel 76’ dove disputai al militare diverse gare.

Cosa prova quando corre?

Per me la corsa è l’unico modo per stare bene con se stessi. Ma per poterlo fare ti deve piacere! Io mi alzo tutti i giorni alle 4.30, percorro 15-20 km e poi vado a lavorare. Mi concedo un solo giorno di riposo a settimana. Questi per me però non sono sacrifici, anzi sono piaceri che aiutano la mia passione. Non rinuncio mai al cibo e non mi privo di niente, però mi alleno tanto perché sono consapevole che per andare veloce bisogna faticare tanto e tutti i giorni, questo è il mio dictat.

Ha mai voluto rinunciare?

Gli ultimi chilometri di ogni gara sono sempre pesanti e il pensiero di “ma chi me lo fa fare” martella la mia mente. E’ successo anche alla maratona di Roma, ma appena l’ho terminata ho iniziato a progettare la gara successiva.

Com’è andata la maratona di Roma?

Non sono uno specialista nelle maratone, la prima l’ho fatta solo nel 2000 a Venezia e mi preparai per sei mesi per paura di fallire. A questa gara di Roma sono partito svantaggiato perché, non avendo fatto una maratona precedentemente, non avevo il piazzamento ideale. Sono più portato a percorrere le 21 km e questa di Roma è stata bella ma faticosa. La pioggia e il freddo hanno aggravato il percorso già duro per i sampietrini e i cambi di direzione, ma l’ovazione della folla mi faceva dimenticare tutto.

Come gestisce sport e famiglia?

La mia famiglia sa che la corsa è la mia vita e che non potrei mai farne a meno. Ho una casa pienissima di trofei e mia moglie vorrebbe che io li buttassi perché sono troppo ingombranti. Per me ognuno di quei premi è un ricordo, l’emblema della fatica e del sudore che ci sono voluti per conquistarlo. Conservo ancora la mia prima coppa vinta da bambino a Rapolla. E’ piccola e rovinata ma per me è la più bella.

Lei è padre e nonno, ha mai pensato di trasmettere la passione per la corsa ai suoi cari?

Non l’ho mai imposta. Ognuno deve fare ciò che vuole e deve seguire il suo istinto. I genitori devono solo consigliare ai figli.

Come vede la podistica ora rispetto agli anni passati?

Il podismo è uno dei pochi sport dove l’evoluzione e la nuova generazione non hanno avuto impatto sui risultati positivamente, anzi sono peggiorati. La spiegazione che mi riesco a dare è che prima i bambini erano abituati a muoversi e correre per strada. Io stesso che ho 62 anni percorro la mezza maratona in 1:18, risultato che mi pone davanti anche ai giovani.

Il suo futuro da podista?

Quest’anno è molto impegnativo. A maggio parteciperò agli europei a Grosseto e il mio obiettivo è arrivare tra i primi tre. Il desiderio è anche quello di gareggiare ai mondiali a Lione e magari migliorare il 5° posto ottenuto a Riccione.

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